Benvenuti!

"Non voglio restare impermeabile, voglio imparare, perchè, come diceva Pasolini, la partenza è il dolore del parto, ma anche la gioia della nascita. Siamo tutti chiamati a partire, del resto siamo un partito non un restato"

Nichi Vendola, Venezia 2005

http://www.nichivendola.it/

NASCE IN TERRA DI LAVORO "RIFONDAZIONE PER LA SINISTRA"


Giovedì 31 Luglio ore 11.30
presso la Federazione PRC di Caserta

CONFERENZA STAMPA

interverrà il Compagno Peppe De Cristoforo

mercoledì 30 luglio 2008

LETTERA DI UN ELETTORE DISILLUSO

Che nessuno si offenda, nel caso in cui qualche passante, dando un’ occhiata all’interno del “nostro” partito, ed assistendo alla farsa a cui tutti abbiamo dovuto prendere parte, ci definisca dei miseri pagliacci (ho inserito nel virgolettato il partito, in quanto, alla luce degli esiti del Congresso, e di come questi esiti siano maturati, si tratta di un partito che comincio a sentire sempre meno “mio”).

Un partito che invece di interrogarsi sui perché della propria scomparsa dalla scena politica italiana ha continuato imperterrito nella sua lotta intestina alla ricerca di poltrone, poltroncine e sgabelli. Ho visto compagne e compagni affrontarsi col coltello tra i denti per una delega o un nominativo in un direttivo. Ci si è scannati per un osso che era già diventato polvere. È proprio vero che all’orrore non c’è mai fine.

Un partito che invece di guardare avanti non fa altro che rigirarsi su se stesso, per poter continuare a coltivare in tutta tranquillità il proprio orticello, mentre le immense praterie che sono là fuori diventano ogni giorno di più giungle selvagge in cui vige la legge del più forte, e dove i deboli soccombono. Quei deboli alla cui difesa questo partito ha da sempre attribuito l’unica ragione di esistere, e dei quali, evidentemente, non c’interessa poi molto. Perché questo partito continuerà a pretendere di sapere cosa è giusto per questi precari della vita, e non chiederà mai loro se quella cosa si tratti davvero di ciò di cui loro sentono il bisogno. Il compagno Nicky Vendola (in questo secondo solo a Fausto Bertinotti) ha dato a tutti una lezione di gran classe, accettando di rappresentare la minoranza di un partito dal cui Congresso è uscito unico reale vincitore. Perché non si può parlare di minoranza col 48% dei voti, quando il maggior documento avversario ha preso molti meno voti. Perché accordi tra le varie mozioni andrebbero sanciti in tempi non sospetti, nel sacro rispetto di chi andrà a votare, per non falsare i risultati, la cui chiarezza è un diritto degli elettori. Perché il nuovo segretario, il compagno Ferrero, è stato investito di questa carica con voti che non gli appartengono, i voti di mozioni con le quali è sempre stato in netto contrasto, votato da quelle stesse mozioni che ne chiedevano le dimissioni dalla carica di Ministro, quelle dimissioni che lui ha rifiutato fino alla fine, nonostante la sua palese incapacità di tener fede alle promesse fatte in campagna elettorale. Un Ferrero che mi ha lasciato allibito per la sua mancanza di dignità, per la sua caccia spasmodica a quest’altra poltrona, per i metodi subdoli adottati dalla sua mozione, indegni per un partito che ha sempre professato trasparenza ed orizzontalità. Questo partito si è invece rivelato una strana piramide, al cui vertice non potrà sedere chi eletto dalla maggioranza dei compagni, ma da chi invece, in questi orribili mesi ha fatto dell’uso della prepotenza il suo unico verbo, mettendo tutti a tacere senza diritto di replica.

Io mi dissocio da questa vergogna, se questo vuol dire essere comunisti allora mi rendo conto, solo adesso, di non esserlo mai stato.



Carmine

martedì 29 luglio 2008

Rifondazione per la sinistra - Il documento politico, presentato da Gennaro Migliore, è stato votato da 304 delegate/i

In Italia c'è un grande bisogno di opposizione. Il governo Berlusconi sta dando vita, attraverso ogni suo quotidiano atto, ad una forma di "regime leggero", ottenuto dall'impasto tra politiche populiste, liberiste ed autoritarie.
Oggi è in atto un attacco alle condizioni di vita di milioni di donne e di uomini, ai diritti dei lavoratori (a partire dal contratto collettivo di lavoro), all'uso sistematico della dichiarazione di emergenza contro i migranti, i rom, le lotte ambientaliste.

C'è bisogno di opposizione, ma essa manca poiché non c'è una sinistra capace di darle vita. L'attuale opposizione presente in Parlamento non è in grado di esercitare una azione efficace, o perché essa è muta socialmente (come nel caso giustizialista dell'Italia dei Valori) o perché non ha i fondamenti necessari per costituirsi come opposizione sociale nel paese. È il caso del Pd, nato esclusivamente in funzione del governo e quindi incapace di agire l'opposizione come terreno della rilegittimazione della politica di massa.

Il compito di Rifondazione Comunista è quello di contribuire a ricostruire l'opposizione nel paese. Vanno riprese le lotte e il conflitto sociale, la tessitura di relazioni e l'individuazione di un progetto di alternativa di società. Va rigenerata la sinistra di questo paese, in un processo di ricostruzione paziente che è fatto di reinsediamento sui territori, di alleanze con soggetti sociali organizzati, di inclusione e partecipazione di donne e uomini che sentono l'urgenza e la necessità dell'azione di una nuova sinistra in Italia.

Bisogna costruire una vasta e ricca mobilitazione permanente una opposizione plurale, civile e sociale, alle destre. È il primo compito di Rifondazione, anche nella contesa con il Pd, dentro il suo insediamento elettorale, tra il nostro popolo.

Le stesse elezioni europee non possono essere un banale terreno di rivincita, ma la prosecuzione delle lotte della sinistra continentale nel nostro paese, che deve raccogliere e capitalizzare l'opposizione al modello europeo che si è venuto costruendo, quello delle banche e delle tecnocrazie. Il nostro è e rimarrà un europeismo popolare e di sinistra. Per questo ribadiamo la nostra adozione del programma comune che, per la prima volta, rappresenterà l'intero Partito della Sinistra europea nella prossima competizione elettorale.

Per questo motivo Rifondazione comunista ribadisce l'impegno a presentarsi autonomamente con il proprio simbolo e con il programma della Sinistra europea, impegnandosi a riformare nel prossimo Parlamento europeo il Gruppo della sinistra unitaria (Gue-Ngl).

Bisogna tornare nella società, non fuggendo dalla politica, anzi criticando in radice qualunque sciagurata ipotesi di autonomia del sociale e di autonomia del politico. Il politicismo è una prigione. Ma l'esodo dalla politica è la rinuncia al cambiamento.

In questo quadro è indispensabile il ruolo, autonomo e combattivo, delle forze sindacali. Contro il sindacato, inteso come struttura basilare della coalizione dei lavoratori, si sono mosse pesantissime azioni di delegittimazione da parte del Governo e di Confindustria. Tante sono, tuttavia, le responsabilità oggettive e soggettive di tale indebolimento. Va ricostruita la sinistra, anche perché senza di essa, senza la sua azione politica e sociale, la stessa azione del sindacato ne viene indebolita. Oggi, più di ieri, ci sarebbero tutte le ragioni per l'indizione di uno sciopero generale: dalla catena di omicidi bianchi sul lavoro, alla politica antisociale del governo. Le condizioni affinché lo sciopero generale ci sia, vanno costruite da molti attori sociali e politici, noi tra questi. A tal fine consideriamo fondamentale la ripresa di un'iniziativa che rafforzi la sinistra sindacale, per l'opposizione e per la battaglia contro le politiche concertative di questi anni. Le forze sindacali, autonome ed indipendenti dai partiti e dalle forze padronali e di governo, partecipano in maniera decisiva alla ricostruzione del campo più ampio ed efficace della sinistra.

Ma la sinistra è un progetto innanzitutto di popolo. Di un popolo che può e deve trovare voce e rappresentanza nella società italiana. Esso si è, nel corso degli anni, organizzato in molte forme, dalle associazioni al volontariato, fino alle forme di autorganizzazione di lotte sociali ed ambientali. Tale esperienze, molto ricche e feconde, sono una base di un possibile ripopolamento di un tessuto democratico logorato dall'egemonia del pensiero e delle idee della destra.

Occorre una opposizione capillare fatta di mobilitazioni molteplici, capillari, decentrate e democratiche, fino a prevedere mobilitazioni generali che impegnino il partito a farsene interprete e protagonista, insieme a associazioni, forze politiche, movimenti e singoli individui che non si rassegnano alla condizione presente.

La nostra piattaforma è quella che lotta per i diritti sociali e quelli civili, per le libertà e le garanzie, per la difesa della Costituzione repubblicana e per una nuova idea di "beni comuni", per la pace e per la giustizia sociale in ogni parte del mondo (a partire dalla organizzazione delle prossime mobilitazioni contro il G8 del 2009 in Italia e dall'impegno contro la Nato e per il ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan).

Difesa del contrato collettivo nazionale, aumento del potere d'acquisto dei salari, salario sociale, politiche contro la disoccupazione e la precarietà, iniziative per una politica di rilancio del Mezzogiorno, estensione e promozione del welfare pubblico, piani per l'edilizia popolare, rilancio della scuola e dell'università pubbliche, diritti rivendicati dai movimenti Lgbtq contro la discriminazione e per una nuova cittadinanza, difesa intransigente dei diritti di cittadinanza dei migranti, politiche ambientali (a partire dal no alla Tav e all'energia nucleare). Sono solo alcuni dei nostri obiettivi prioritari in questo contesto. L'alternativa di società è per noi sempre più indispensabile.

Dalla sconfitta per ricostruire

Rifondazione comunista è oggi di fronte al compito più difficile dalla sua nascita. La sconfitta del 13 e 14 aprile è stata di dimensioni storiche. Una sconfitta prevedibile, ma non scontata. Nelle elezioni scorse la vittoria delle destre è apparsa come l'esondazione di un'acqua scura lungamente accumulata negli anni. La destra ha vinto nella società, prima ancora che nella politica. Noi siamo perciò chiamati oggi ad una ricollocazione strategica.

Gli anni dell'esperienza del governo dell'Unione sono risultati fallimentari. Non abbiamo compreso quanto fosse improba la nostra richiesta di rendere "permeabile" il governo all'azione dei movimenti sociali. Non siamo stati all'altezza di padroneggiare la congiuntura e di vagliare fino in fondo le ragioni di una scelta di governo, oltre ad essere stati del tutto inefficaci nell'azione concreta del come governare. La forma concreta del Pd ci fa dire che è impossibile un accordo organico per il governo del paese. E' quindi sbagliata la proposta della costruzione di un nuovo centrosinistra. Va fatto un bilancio senza sconti alla concreta evoluzione di quel progetto ed della compatibilità nostra con esso.

Il nostro rapporto con il Pd non può che partire dall'autonomia progettuale e politica del nostro partito ed è indispensabile relazionarsi ad esso in alternativa rispetto al suo progetto strategico. In ogni caso, data la nostra presenza in tante esperienze di governo locale (che vanno amministrate in primo luogo dai livelli territoriali corrispondenti) ed in vista delle prossime competizioni amministrative, bisogna fare un bilancio di tali esperienze, che sia la base per un rilancio della nostra efficacia dentro le istituzioni a tutti i livelli. Tracciare un bilancio politico amministrativo che faccia della critica alle politiche liberiste e della questione morale i nostri pilastri fondamentali ci serve per dispiegare a pieno la nostra forza politica. In questo nuovo quadro l'azione a livello locale deve poter essere occasione per creare spazi di controtendenza, senza cedere a logiche di generalizzazione di giudizi o di autoesclusioni. Ma è indubbiamente necessario che le differenze culturali e programmatiche si manifestino in modo chiaro e percettibile.

Il nostro rapporto con le altre forze organizzate della sinistra non può che partire dal bilancio sull'esperienza de La Sinistra l'Arcobaleno. Essa è stata un fallimento e riteniamo non più riproducibile quel modello di cartello elettorale. Tuttavia è nostro interesse rilanciare forme di collaborazione nel quadro più ampio della sinistra, declinando però l'invito che ci è stato fatto dal congresso del Pdci di unificare le sole forze che si definiscono comuniste nel paese.

Dal fallimento del governo e de La Sinistra l'Arcobaleno dobbiamo estrarre la necessaria lezione per impedire che anche l'opposizione fallisca.

Il congresso, una tappa della rifondazione

Nel nostro congresso si sono confrontate posizioni politiche alternative fra loro, delle quali una ha conseguito l'ampia maggioranza relativa dei voti. Nessuna delle proposte politiche registrate nel dibattito congressuale, la costituente di sinistra, la federazione delle sinistre, il partito sociale, l'unità dei comunisti, la svolta operaia hanno conseguito la maggioranza assoluta dei consensi. Resta dunque aperto il campo della ricerca politica, che noi collochiamo nel quadro della ricostruzione e rigenerazione della sinistra.

Tale ricerca deve tener conto di una situazione mutata rispetto alla fase di apertura del dibattito congressuale. Il dibattito congressuale è stato aspro e teso, ma assai partecipato. Esso, in ogni caso, ci consegna materiali per una possibile ricostruzione unitaria del partito che poggi su basi politiche solide e di prospettiva e non sulla sommatoria indistinta di culture politiche e progetti strategici divaricati e tenuti insieme solo da una negazione, la negazione della storia stessa delle trasformazioni e delle innovazioni di Rifondazione comunista. Nella nostra storia è stata sempre la politica a guidare i nostri passi, non la gestione. Chi si prende la responsabilità di spaccare il partito in maniera dolorosa, lo fa contro gli interessi della nostra intera comunità politica.

Per questo riteniamo di dover "cercare ancora" e di lavorare ad un rilancio del progetto strategico di Rifondazione comunista, contribuendovi anche con un dibattito aperto e pluralistico, sulle basi teoriche delle nostre acquisizioni collettive: dalla riflessione sul pensiero della differenza e del femminismo, alla nonviolenza, passando per tutte le rielaborazioni dei concetti appartenenti alla cultura storica della sinistra.

L'innovazione politica e culturale è stata la nostra tensione costante, iscritta nel nostro stesso nome: rifondazione. Abbiamo fatto questo percorso nell'elaborazione e nel vivo delle lotte di Genova e del movimento altermondista. Vogliamo continuare a farlo, nel vivo del rapporto con i movimenti sociali e politici del paese.

La nostra comunità è mortificata del risultato elettorale e scossa dall'asprezza dello scontro durante il congresso. La cura che dobbiamo ad essa non può che partire da una nuova stagione di apertura verso l'esterno, verso nuovi iscritti ed aderenti che ravvivino le nostre organizzazioni, troppo spesso esangui in tanta parte del paese.

Vogliamo che vi sia una nuova stagione di democrazia interna e di ripresa di percorsi partecipativi, nella formazione delle decisioni e nella individuazione degli organismi dirigenti. Gli stessi contributi della conferenza di Carrara debbono essere aggiornati ed estesi rispetto al bisogno di costruzione condivisa della nostra comunità.

Consideriamo la critica alla cultura maschile e monosessuata del partito un impegno prioritario, nella prossima fase, della nostra azione politica interna all'organizzazione.

Il documento politico, presentato da Gennaro Migliore, è stato votato da 304 delegate/i

lunedì 28 luglio 2008

Guardare oltre! - di Nichi Vendola

Ci sono state volgarità straordinarie in questo congresso ma, per i quasi 38 anni di militanza comunista della mia vita, posso dire che vale guardare l’orizzonte. Difficilmente mi sono lasciato invischiare in un decadimento che è indicativo dei problemi che ha la sinistra, la nostra comunità, la società italiana.
Ho vissuto questo congresso come un compimento della sconfitta che ha riguardato la sinistra in Italia, come la conseguenza di quella sconfitta, come un arretramento culturale.
Ho sentito nel dibattito toni espliciti di plebeismo. E siccome sono stato educato alla cultura comunista da vecchi braccianti poveri e analfabeti, che della lotta contro il plebeismo culturale facevano la cifra del loro essere comunisti, sento un arretramento. Questa comunità ha scelto un’altra strada. Quella della maggioranza ricercata nelle alchimie che non hanno respiro, non prefigurano prospettiva e non danno un gran futuro al nostro partito.
Ha vinto una maggioranza costruita grazie a un gioco, un guazzabuglio di mozioni di minoranza, un fardello di reazioni di pancia che consente a quattro mozioni, molto diverse tra loro, di coalizzarsi contro quella che ha guadagnato la maggioranza relativa. Dove il collante è l’ambiguità e un equilibrismo semantico.
Il congresso è stato una battaglia importante, appassionante e dura che si conclude con un esito che è un colpo duro per Rifondazione e per la sinistra tutta. Non è un colpo mortale ma una battuta d’arresto e non intendiamo abbandonare la battaglia. Che non è un equilibrio di potere in Rifondazione ma la ricostruzione di una sinistra che parla al paese. I compagni della mia mozione non intendono lasciare neanche per un attimo e per un millimetro Rifondazione Comunista.
I compagni e le compagne della mia mozione, oggi l’area politico culturale “Rifondazione per la sinistra”, vogliono perseguire la ricostruzione della sinistra, rivolgendosi alla sinistra diffusa, alle forze organizzate sul territorio, ai protagonisti delle lotte sociali, alle donne e agli uomini che credono che in Italia di una sinistra di popolo e all’altezza del tempo presente ci sia un gran bisogno. Intendiamo costruire una vasta e ricca mobilitazione permanente alle destre che dia prospettiva alla mobilitazione sociale e contemporaneamente vogliamo sostenere la nostra idea di politica e di sinistra all’interno del partito.
Dalla sconfitta ripartiamo, per nulla scoraggiati, con un alto senso di responsabilità verso coloro che a noi guardano con attenzione, verso i nostri iscritti, i nostri militanti.
Convinti che in questa sconfitta ci sia il seme buono per il futuro!

Nichi Vendola

L'intervento di Nichi Vendola al congresso

Siamo qui, insieme, segnati da tante nostre stanchezze, bisognosi di misurare tutta la lunghezza della nostra sconfitta, ma anche sfibrati dalla pesantezza delle nostre divisioni. Ma qui, insieme, nelle forme che la razionalità politica saprà suggerire, dobbiamo ritrovare il bandolo di quella matassa che si è ingarbugliata: disarmando le parole che hanno acceso l’odio e spento la politica, riannodando i fili spezzati delle relazioni personali, non occultando le diversità (di cultura e di strategia) ma esercitando coerenza rispetto all’idea che le diversità non sono una minaccia ma una ricchezza. Appunto, imparando a conoscerci piuttosto che a prenderci reciprocamente le impronte digitali, imparando a confrontarci tra noi non col metro delle nostre biografie e delle nostre pregresse appartenenze, bensì col gusto di metterci in gioco, di far vivere le sensibilità come preziosi punti di connessione con interessi e protagonisti sociali, di scambiarci esperienze ed idee: altrimenti anche la nostra democrazia interna sarà una saga di anime morte, non allargamento e arricchimento, non capire di più e sentire di più e raccontare di più, ma semplicemente contarsi, separarsi, mummificarsi in un correntismo che ci chiude in noi stessi e nelle nostre fissità. Non sto invocando il galateo né ponendo una pura questione metodologica: le forme della nostra convivenza dicono per intero la cifra della nostra cultura politica, ovvero della nostra capacità di attraversare il deserto della sconfitta, non per cercare un riparo, un’oasi ideologica o un bunker burocratico, ma per ritrovare un orizzonte di speranza per rimettere a punto una mappa e ridarci un orientamento, perché la nostra offerta di politica possa incrociare una diffusa domanda di senso.
Non abbiamo perso solo noi, non abbiamo perso solo le elezioni. Abbiamo perso molto di più: un intero abbecedario civile, un universo di simboli e valori, persino una certa cognizione generale di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto. Abbiamo perso la sfida del Novecento: quella contesa di classe e di civiltà che ha trasmutato il lavoro da merce povera e sporca, da compravendita di braccia, da dimensione biologica e privata, in epopea di ribellione e dignità, in dimensione sociale e narrazione corale, in emersione di un popolo che perdeva le fattezze opache della plebe e assumeva il volto nitido del moderno proletariato delle campagne e delle città. Il lavoro, fondamento costituzionale della democrazia repubblicana, pietra angolare di un duraturo e contrastato processo di incivilimento, oggi sembra regredito a quel fangoso punto di partenza: mercificato, alienato, parcellizzato, spogliato di legami sociali, , sempre più povero di tutele, nemmeno più raccontato o rappresentato se non nelle sequenze mortuarie delle cronache degli incidenti. La solitudine operaia è il prodotto finale di questa scientifica frantumazione dei corpi sociali che crepano di liberismo, di precarietà, di concertazioni che concertano la resa, di corporativismo che hanno progressivamente spoliticizzato le questioni del salario, dell’orario, persino della disoccupazione. E’ la solitudine di chi trova più consolazione nella cocaina che non nel sindacato. I contratti atipici sono la tipicità del lavoro intermediato da un caporalato arcaico e ipermoderno, di borgata e planetario. La precarietà è il racconto generale del lavoro senza classe. E rimbalza dal recinto produttivo fin dentro ogni interstizio della vita, di quella nuda vita che galleggia nella società liquida, di quella vita subordinata e serializzata, magari di quella vita migrante che precipita fuori di metafora e nella società liquida letteralmente affoga. Solo il mercato è solido, è l’unica terra, l’unico orizzonte, l’unica neo-socialità che residua nel tempo dell’individualismo proprietario: individui proprietari forse di null’altro che di pulsioni al consumo. Se non posseggono niente sarà colpa delle mani agili di un fanciullo rom o sinti o extra comunitario o extra terrestre: tagliare quelle mani, ammanettarle, manipolarle, manometterle, sarà la fantasia punitiva e l’ideologia vendicativa da offrire alla platea vastissima dei proprietari senza proprietà e dei ceti mediocri. Il capro espiatorio è una dura incombenza sociale, lo individui e lo bracchi e lo sacrifichi a qualche dio non per sadismo spirituale ma per necessità economica: indicare un nemico rinsalda il senso di appartenenza alla propria comunità, consente di trovare un colpevole delle inquietudini collettive, nelle stagioni di crisi e recessione sposta il tiro del disagio proletario su bersagli sottoproletari. La guerra tra poveri torna come idea di governo della transizione: ma è ovviamente un governo di guerra, una epifania di ombre premoderne che ottenebrano il diritto e limitano i diritti mentre le garanzie di libertà perdono il proprio respiro universalistico e diventano volgari guarentigie per l’establishment.I ricchi e potenti invocano l’habeas corpus e non tollerano che le loro voci siamo intercettate, mentre per i poveri e per gli irregolari vale la dura lex che alla pena del vivere aggiunge pene supplementari, pene grondanti pedagogie autoritarie, pene senza delitto, castighi senza colpa: per punire i poveri e perpetuare la povertà per punire i disobbedienti ed eternizzare l’obbedienza. Se la precarizzazione della società alimenta un crescente dolore sociale, la risposta del potere sarà una produzione seriale di paure. La destra è una gigantesca fabbrica di paure. E dunque più precarietà comporterà più repressione, il mercatismo sarà accompagnato dal sorvegliare e punire di quella deriva securitaria che è già scritta dentro la nostra attualità politica. E la Chiesa ratzingeriana spaventata dai ritmi violenti della secolarizzazione, si ergerà a sua volta come magistero della paura: paura dei desideri, paura della soggettività femminile, paura della libertà. E la sua gerarchia si sentirà protetta dagli imprenditori politici del ciclo della paura che la ricambieranno appaltandole il privato sociale, anzi la privatizzazione confessionale del sociale. Quanto lontane suonano le parole della “Gaudium et spes” e che cesura radicale dalla temperie di quel cattolicesimo conciliare che si apriva alla storia e progettava una Chiesa compagna del mondo.
Nel mappamondo della precarietà scompaiono modi secolari di produzione di socialità: la città si spezza in cumuli di periferie, anzi si generalizza la forma di periferia che storicamente rappresenta la sintesi mirabile dell’alleanza tra rendita fondiaria e speculazione edilizia; si vive in non-luoghi; si struttura una condizione di nomadismo coatto, il mito delle radici è la sublimazione retorica di uno sradicamento senza precedenti. Le comunità si aggrappano ai territori, mere astrazioni geografiche assumono la dimensione di piccole patrie, un microcosmo di terra e sangue offre surrogati di identità e persino alfabeti politici. In questi spazi volatili, in questi tempi senza memoria e senza futuro, le generazioni faticano a raccontarsi e a scambiarsi storie e sentimenti: i vecchi vengono delocalizzati come esuberi dell’economia domestica, i bimbi con i crediti e i debiti scolastici vengono ammaestrati al mercato e alla competitività, l’educazione permanente della gioventù è affidata alle veline e ai velinari. Su questo piano inclinato è scivolata la sinistra. I nostri riferimenti sociali non ci hanno più capito: loro perdevano reddito e certo non guadagnavano in servizi, e poi perdevano in previdenza e poi perdevano in Welfare, alla fine hanno perso anche la pazienza e si sono congedati da noi, dal liberismo temperato del centro-sinistra ma anche dalle intemperanze improduttive della sinistra radicale. Tra il governo Prodi e il Paese reale vi è stato un terribile cortocircuito di intelligenza sociale e di efficacia politica. E al vuoto che si andava formando a sinistra noi abbiamo opposto - bisogna dirlo anche se è facile dirlo con il senno di poi - non una grande costruzione corale, una disseminazione di cantieri, una rete di pratiche sociali e la incubazione nell’immaginario collettivo di un’idea, di un programma, di un sogno: no, abbiamo opposto la precaria convivenza di apparati e infine un cartello elettorale. Quella sinistra arcobaleno affogata nel diluvio di aprile. Mentre il Pd consumava tutte le sue eredità nella velleità di un’autosufficienza che in realtà indicava il compimento dell’esodo dalla storia del movimento operaio e il congedo (da destra) delle culture politiche novecentesche. E quindi non solo la destra ha vinto, ma noi abbiamo perso. La destra ha prima convinto e poi vinto, e non solo nelle urne, ma nei sogni e negli incubi dell’opinione pubblica: ha vinto contro le tasse e contro la casta e contro gli zingari e contro i trans, ha vinto contro i fantasmi del pianerottolo e contro la monnezza del sottoscala. Ha vinto la lingua della destra, un impasto di plebeismo piccolo-borghese e di perbenismo clericale che sintonizzano le veline di Mediaset con l’industria del sacro, l’Isola dei famosi con l’ampolla del Dio Po, le telefonate oniriche di Berlusconi con le piroette no-global di Tremonti. Questa destra gioca con disinvoltura estrema la partita dell’egemonia, costruisce parole e scenografie suggestive, “parla come mangia” e entra dritta nello stomaco popolare: ma le sue scelte di politica economica hanno il segno della ferocia classista, i salari e le pensioni languiranno a lungo nella foresta di Sherwood ma di Robin Hood non vi sarà traccia, i tagli alla spesa pubblica saranno una secca decurtazione di diritti e di servizi socio-sanitari. Benetton forse salverà Alitalia, ma il salvataggio al netto di migliaia di esuberi, lo pagherà con i rincari delle tariffe autostradali e il federalismo viene annunciato mentre il Sud viene saccheggiato di risorse finanziarie e persino delle prerogative di spesa dei fondi comunitari.
Questo è lo scandalo contro cui scendere in piazza e ricostruire un blocco sociale di opposizione: non c’è bisogno di volgarità per opporsi, c’è bisogno di politica. Di una politica centrata su una incandescente questione di disuguaglianza e di ingiustizia sociale. Le leggi ad personam sono oscene, ma non sono più oscene delle norme razziali. O della voglia di mutare le regole di ingaggio per i soldati italiani impegnati in Afghanistan. O del ritorno al business nucleare. O della cancellazione delle sanzioni alle imprese che violano le norme sulla sicurezza dei lavoratori. Bisogna costruire una vasta e ricca mobilitazione permanente, una opposizione plurale, civile e sociale, alle destre. È il primo compito di Rifondazione, anche nella contesa senza sconti e senza anatemi con il partito veltroniano, discutendo e costruendo luoghi comuni con le altre forze della sinistra di alternativa, predisponendosi alla battaglia elettorale per le amministrative del prossimo anno. E preparandosi a far vivere le pure imminenti elezioni europee non come un banale terreno di rivincita, ma come la prosecuzione della lotta della “sinistra europea” che deve raccogliere e capitalizzare il disagio continentale verso il modello di unificazione dettato dall’Europa delle tecnocrazie e delle banche. Bisogna tornare nella società, non fuggendo dalla politica, anzi criticando in radice qualunque sciagurata ipotesi di autonomia del sociale e di autonomia del politico. Il politicismo è una prigione. Ma l’esodo dalla politica è la rinuncia al cambiamento. Se non concordiamo su questo, a che vale citare i classici o celebrare Gramsci?
Un partito politico lo si può sciogliere in tanti modi. Per decisione soggettiva dei suoi gruppi dirigenti. Ma anche perché lo si lascia deperire, non lo si alimenta, non lo si ossigena. Io non voglio sciogliere il mio partito. Voglio che viva ma per vivere dev’essere sempre fedele al suo nome e dunque infedele ai richiami della nostalgia e dell’identitarismo: fedele al compito di rifondare. Se stesso, un’idea del mondo, una pratica della trasformazione. E di rifondare una grande sinistra di popolo. Vorrei un partito aperto, curioso, promotore di partecipazione, capace di ascolto, libero da quella boria che ci rende spesso accademici della chiacchiera. Vorrei in questo partito tenere vivo e costante il confronto sui pensieri lunghi, sugli orizzonti strategici, sapendo che il comunismo è un cammino impervio, che dovremmo imparare a seminare senza la fretta di guadagnare il raccolto, che dovremmo porre correttamente e con radicalità le domande a cui cerchiamo risposta: domande di senso, di qualità del vivere e anche del morire, di qualità del produrre e del consumare, domande sui nostri corpi sessuati e sulla grammatica degli amori, domande sui dilemmi della biopolitica e sulle ferite della biosfera, domande sulla violenza sublimata in potere e dal potere esercitata in regime di monopolio, disseminata attraverso i suoi apparati, perfino sacralizzata.
In ciò che vi ho detto vi è la proposta di una ricomposizione della nostra comunità politica. Vi è una ipotesi di governo del partito sulla base di una piattaforma programmatica. Per me, in questa fatica congressuale, non vi è null’altro che non sia tutto intero il senso della mia militanza e della mia vita.